"Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre ma nell’avere nuovi occhi." (M. Proust)

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Il "grido" degli adolescenti: il fenomeno del cutting

Con il termine “autolesionismo” si intendono tutti quei comportamenti di attacco intenzionale al proprio corpo o a parti di esso. Il cutting (in italiano “taglio”)  è una condotta autolesiva e come tale  si inserisce all’estremo di un continuum che va dai tatuaggi, ai piercing, alle marchiature, alle bruciature e ogni lesione cutanea autoindotta. Soprattutto in adolescenza, rappresenta un fenomeno molto diffuso e complesso da decodificare e sollecita una intensa preoccupazione nei genitori, spesso sorpresi e spaventati dalla scoperta delle condotte del figlio. Per capire meglio questo fenomeno è necessario comprendere cosa accade all’adolescente in questa fase di sviluppo, per poter valutare in modo specifico quale funzione, nell’economia psichica di un ragazzo, ad un particolare punto del suo sviluppo psichico, in una data famiglia e in una specifica cultura, rappresenta l’uso del linguaggio del cutting.

Le condotte autolesive possono verificarsi per:

  • Un senso di profondo vuoto interiore, soprattutto nei gravi disturbi di personalità e negli stati dissociativi dovuti a gravi traumi o abusi. La pratica di ferirsi diventa un’esperienza che riconnette con la vita: la vista del sangue e la sensazione dolorifica del corpo riconduce alla realtà dopo che la mente, ferita e traumatizzata, si stacca dall’esperienza attuale.
  • Il sentirsi soli, non avere un luogo dove rifugiarsi nei momenti difficili, di tristezza, di rabbia o di solitudine, il ferirsi diventa la miglior strategia usata per scaricare la tensione insopportabile provocata da questi stati d’animo, o per illudersi di poterle controllare anziché esserne travolti. Subito dopo essersi feriti, la sensazione provata è di sollievo, di pace, di liberazione. Ma, queste emozioni positive, subito dopo cedono il passo a quelle negative tra cui emergono il rimorso e la vergogna.

Sentirsi sollevati dal dolore emotivo o dal vuoto, anche solo per pochi momenti, induce la persona a ferirsi nuovamente.
Il fenomeno, purtroppo, è attualmente molto diffuso tra i giovani e si diffonde in modo epidemico nei gruppi di amici o di pari, anche grazie alla rete, con un escalation di progressiva emulazione e ripetizione (spiweb.it).
Non è per niente facile per un genitore rendersi conto di questi atti autolesionistici, che vengono ben nascosti. Gli adulti possono però provare a capire gli adolescenti e il loro particolare rapporto con la corporeità, aiutandosi con il ricordo della propria esperienza e il dialogo col figlio.

Cosa fare?

In questi casi è importante non giudicare, ma accogliere la sofferenza e offrire sostegno, evitando di minimizzare o negare la difficoltà del/la ragazzo/a. Il problema non va sottovalutato, poiché non sempre si tratta di “fasi” che passeranno o di problematiche che si risolveranno da sole. E’ molto importate anche per il gruppo dei pari e degli amici, tenere a mente che rimanere in silenzio significa in parte “dare il permesso” di continuare; chiedere aiuto ad un professionista competente o a un adulto di fiducia costituisce la strada migliore per la risoluzione della problematica. La consulenza psicologica e la psicoterapia sono il trattamento di elezione per aiutare l’adolescente che ha scelto il self-cutting per esprimere la sofferenza; in primis perché è un contesto in cui le emozioni vengono esplorate e non agite su sé stessi o sugli altri, aprendo il canale espressivo delle parole, in secondo luogo perché è nella prima infanzia, che vanno trovate le radici di questa pratica autolesiva, e dunque è necessario un lavoro nel profondo. Spesso è auspicabile affiancare un sostegno genitoriale o familiare, per aiutare l’intero contesto a gestire il fenomeno ma anche ad affrontare una sofferenza che spesso appartiene a più di un membro ma viene espressa da uno solo che, a costo di un sacrificio, lancia un segnale di aiuto.

 Dr.ssa S. Recchia

Silvia Recchia
11 agosto 2018